ROMALa Banca centrale europea ha lasciato i tassi al 2%, come previsto, ma autorizza a pensare che li ridurrà all’1,5% il 5 marzo, e di nuovo più in là. Ieri è già discesa all’1% la Banca d’Inghilterra. Non è in vista il «ritorno della fiducia» che solo potrebbe annunciare l’uscita dalla crisi. Il Fondo monetario internazionale, in un documento preparato in vista dei prossimi vertici, chiede ai governi di fare di più, perché le misure di rilancio finora adottate sono insufficienti (quelle italiane risultano tra le più modeste di tutto il G-20) e dovrebbero essere all’incirca raddoppiate. A Francoforte Jean-Claude Trichet, presidente della Bce, ha sorpreso gli esperti affermando che portare i tassi di interesse quasi a zero (come la Federal reserve americana ha già fatto) «non sarebbe appropriato nel momento in cui sto parlando» senza più escluderlo per il futuro. Inoltre, la Bce «non esclude nulla riguardo a interventi non convenzionali» (in pratica stampare più moneta grazie all’acquisto di titoli pubblici o privati) «dato che ci troviamo in una situazione senza precedenti». La Bce aggiusta la sua rotta ma mantiene la sua dottrina: pur se il costo della vita nell’area euro comincia a scendere, le attese di inflazione sul medio periodo sono al livello giusto, appena sotto il 2%, quindi per il momento i tassi restano dove sono.
Parecchi economisti giudicano invece la Bce troppo cauta. Ad esempio Aurelio Maccario di Unicredit non condivide l’analisi secondo cui nella seconda metà dell’anno il costo della vita nell’area euro tornerà ad aumentare, pur se «la Bce si è finalmente accorta che il 2009 sarà un anno orribile». Per uscire dalla crisi, sostiene da parte sua il Fondo monetario internazionale, non bastano le banche centrali, che stanno facendo quanto a loro è possibile. E’ ai governi che si chiede di fare di più, in un documento preparato in vista del vertice G-20 a Londra in aprile, ma i cui contenuti saranno discussi anche nel G-7 dei ministri finanziari, fissato a Roma per la settimana prossima. Occorre, secondo il Fmi: 1) rimettere in sesto le banche, 2) aumentare la domanda con provvedimenti di bilancio. Nell’analisi delle misure anti-crisi fin qui decise, le più incisive al Fmi appaiono quelle degli Stati Uniti (da 0,6 a 1,4% di crescita, ovvero di minor calo, del prodotto lordo quest’anno), del Giappone, della Cina (tra 0,6 e 2,1), della Germania (tra 0,4 e 1,2%); ampie sono pure quelle della Gran Bretagna, ma con il rischio di contraccolpi negativi sul 2010. L’Italia invece ha fatto poco o nulla (0,1-0,2) per giunta con il rischio di un leggero effetto negativo nel 2010. Nella visione della Bce, gli Stati con eccessivo debito come l’Italia hanno fatto bene a non espandere troppo i propri deficit. Il Fmi sembra invece incitare un po’ tutti gli Stati, data la gravità della crisi; purché si prendano allo stesso tempo «misure per assicurare la sostenibilità a medio termine della finanza pubbliche».
Sia il Fmi sia la Bce contemplano l’acquisto con denaro pubblico dei «titoli tossici» dalle banche, per collocarli in una «banca cattiva»; purché, insiste Trichet, i prezzi siano «appropriati» e «trasparenti». Alla proposta di «eurobond» avanzata dal ministro dell’Economia italiano Giulio Tremonti «il consiglio direttivo della Bce è contrario», dichiara Trichet, se si tratta di emettere titoli pubblici in comune tra diversi governi; se si tratta invece di finanziare opere di interesse comune, «lo strumento esiste già, ed è la Banca europea degli investimenti».



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