IN CONVALESCENZA DOPO LA BOTTA REFERENDARIA
di Massimo Fantola

Domenica scorsa, davanti alla TV per il TG delle 14, la notizia dell’affluenza alle urne referendarie intorno al 4% è stata -per tanti di noi del centrodestra- come il cazzotto allo stomaco di un pugile.
Le paure della vigilia non erano, dunque, infondate.
Le notizie non sono certo migliorate nel corso della serata: le telefonate in arrivo dai Comuni, che dipingevano un trend di partecipazione al voto a tinte fosche per i referendari, hanno avuto lo stesso effetto di un ulteriore scarica di pugni sul ring: un gancio dal Sulcis, un montante dal Medio Campidano, un diretto dalla fedifraga Gallura.
Alle 11 della sera, il verdetto finale, per quanto ormai ampiamente annunciato, ha avuto l’effetto di un vero e proprio ko.
Il mancato raggiungimento del quorum certificava tre piccoli disastri politici:

1. La Sardegna è costretta a tenersi una legge iniqua sui cui si “regge” un Piano Paesaggistico che non salvaguardia il territorio e blocca la nostra economia.
2. L’astensionismo rappresenta la certificazione della sempre maggiore distanza che separa i sardi dalla politica; per chi -come me- nasce referendario, è forse più facile sopportare la vittoria del NO che costatare che la gente rifiuta di utilizzare gli strumenti della democrazia diretta;
3. La sinistra in coma sembra riacquistare colore e- come prevedibile- mistifica il mancato raggiungimento del quorum, spacciandolo come una propria vittoria.

Insomma, la legnata al centrodestra c’è stata e il buon senso ci consiglierebbe una pausa di riflessione sull’accaduto.
Non so se l’abbiano fatta i miei “colleghi “: io ci ho provato e concludo:

1. Non c’è dubbio che in questo referendum i sardi non abbiano dimostrato l’entusiasmo necessario per “voltare pagina”, come richiesto dai manifesti referendari dei Riformatori, peraltro rimasti desolatamente soli negli appositi spazi elettorali.
2. Il prossimo match di primavera sarà quello decisivo: nessuno si illuda che possiamo avere di fronte un avversario cotto, da prendere sotto gamba.
3. Per vincere dobbiamo fare rinascere nel nostro elettorato la speranza che le cose in Sardegna possano finalmente cambiare e andare meglio e che noi abbiamo le carte in regola per essere gli artefici del cambiamento.
4. Come far rinascere la speranza? Mettendo in campo una alleanza forte e coesa intorno ad un programma condiviso ed ad un Presidente che ne garantisca l’attuazione.
5. Non c’è più tempo da perdere perché i sardi ci chiedono oggi le certezze per il loro futuro.

A voi, se ne avete voglia e tempo, aggiungere qualche altra riflessione…