Tratto da Panorama.it
Una minuta donna dal carattere d’acciaio, madre di 11 figli, nata povera e diventata milionaria, ex prigioniera politica, ora leader internazionale: è per il popolo uiguri quello che il Dalai Lama rappresenta per i tibetani. Rebiya Kadeer non parla inglese, se non per rivolgere un cordiale saluto.
È Alim Seytoff, il segretario della Uyghur American Association, con un forte accento statunitense, a offrirsi per tradurre l’intervista con questo simbolo della lotta per la libertà e i diritti umani. Tutti gli occhi del mondo sono puntati su Pechino. E dopo i recenti, ripetuti attentati nella regione occidentale dello Xinjiang - o Turkestan orientale, come viene chiamato dai loro abitanti di origine turcomanna - il mondo ha imparato a conoscere che esiste, accanto a quella tibetana, anche un’altra questione etnica nell’immensa Cina.
La 61enne, eletta nel 2006, presidente del Congresso Mondiale Uiguro, condanna i recenti attentati compiuti secondo Pechino da alcuni gruppi radicali. “Io sono contro la violenza. Da qualunque parte provenga: bisogna sottolineare come la repressione cinese abbia portato il mio popolo a un punto di non ritorno”, dichiara a Panorama.it.
Sono decine i rapporti delle associazioni per i diritti umani sulle brutalità dei poliziotti e dei soldati cinesi in questa ricca regione, i cui confini baciano l’Asia Centrale. Rebiya Kadeer ha conosciuto sulla propria pelle quella crudeltà.
Dopo aver lavorato per anni in una lavanderia, questa donna energica e battagliera si trasforma in una ricca imprenditrice. La sua ascesa economica diventa un caso, tanto che il regime di Pechino la vuole assumere come esempio per le altre cinesi Per questo la coopta in un importante organismo statale e poi la inserisce nella delegazione che parteciperà nel 1995 alla Conferenza Mondiale dell’Onu sulle donne. Ma lei è una Uigura.
E suo marito, un anno dopo, si rifugia negli Usa per motivi politici. Lei cade in disgrazia perché si rifiuta di condannare pubblicamente quella fuga. Nel 1999, poco prima di incontrare una delegazione statunitense, Rebiya Kadeer viene arrestata con l’accusa di aver attentato alla sicurezza nazionale. Cosa aveva fatto? Aveva inviato dei ritagli di giornale al marito. Rimarrà dietro le sbarre sei lunghi anni. Verrà rilasciata nel 2005, ufficialmente per motivi di salute. In realtà, si tratterà di un gesto distensivo tra Usa e Cina. Da Washington, segue ogni giorno, la lotta e la sofferenza del suo popolo.
“I cinesi hanno usato la scusa delle Olimpiadi per imporre un ulteriore giro di vite. In luglio, ci sono state esecuzioni capitali di attivisti alle quali sono stati costretti ad assistere migliaia di persone. È il regime del terrore. A decine vengono arrestati, torturati, incarcerati. Ci accusano di essere legati ai gruppi fondamentalisti solo perché siamo musulmani. Da anni, ci tolgono tutto. La libertà di criticare la politica del governo di Pechino, le nostre case e i nostri posti di lavoro, che vengono dati ai cinesi fatti immigrare nella nostra regione. Le nostre risorse, il gas e il petrolio, prese e dirottate verso le altre zone della Cina. E anche la nostra gioventù. I maschi, lasciati lì, senza speranza. Le donne tra i 15 e i 25 anni, deportate, lontane dalla nostra terra”, spiega.
E, tutto questo accade nell’indifferenza dell’Occidente. Lei, che è riuscita a ottenere un incontro viso a viso con il Presidente George W. Bush non ha timore nel dire che Stati Uniti e Europa si sono dimostrati troppo timidi nell’appoggio alla causa del suo popolo.”Distratti? Vogliamo dire così? Troppo distratti. E la Cina ne ha approfittato di questa mancanza di attenzione, aumentando la repressione”. La partecipazione dei Grandi della Terra alla cerimonia d’apertura dei Giochi Olimpici fa parte di questa “distrazione” occidentale. Il Congresso Mondiale Uiguro non vuole l’indipendenza del Turkestan Orientale, ma, come chiedono i tibetani, una profonda e reale autonomia, politica, economica e culturale.
Questa donna, candidata al Premio Nobel per la Pace, racconta di aver deciso di impegnarsi per la causa del suo popolo perché “non potevo vivere in un posto dove noi sembravamo dei marziani rispetto a buona parte del resto del mondo, laddove esiste la democrazia e non la dittatura, i diritti umani vengono rispettati e non calpestati. Potevo fare altrimenti, visto la sofferenza a cui siamo sottoposti? L’importante è che venga compreso che il mio impegno per gli Uiguri è la lotta di un essere umano insieme e a favore di altri essere umani”.
La storia di Rebiya Kadeer testimonia come sia diventata un simbolo capace di oltrepassare la particolare situazione del Turkestan Orientale (Xinjiang, per i cinesi): come il Dalai Lama la sua lotta secondo molti è in grado di abbracciare l’intera parte dell’umanità che crede ancora nel rispetto dei diritti della persona.
Una minuta donna dal carattere d’acciaio, madre di 11 figli, nata povera e diventata milionaria, ex prigioniera politica, ora leader internazionale: è per il popolo uiguri quello che il Dalai Lama rappresenta per i tibetani. 


0 Comments until now.
Comment!