Le acque fresche attirano i turisti. Basterebbe poco per farne un’oasi
di Nello Moi tratto da La nuova Sardegna
Alla ricerca di refrigerio, vengono prese d’assalto, in questi giorni di caldo intenso, le piscine del Flumendosa. Sono tanti, infatti, i turisti che nelle acque del fiume trovano un momento di respiro dall’afa di luglio. Per chi pensa che la Sardegna sia soltanto il mare e il sole delle località più vendute dalle agenzie di viaggio, una puntata da queste parti, nel tratto del fiume compreso tra la Barbagia di Belvì e quella di Seulo, può servire a scoprire un patrimonio naturalistico e ambientale unico, un angolo di rara bellezza nonostante si faccia poco o nulla per tutelarlo e per valorizzarlo. La grande ansa del Flumendosa separa il territorio di Seulo dal Gennargentu. Il fiume scorre in una valle stretta e tortuosa. Sopra, le vette più alte dell’isola e le grandi foreste abitate da mufloni, gatti selvatici e cinghiali. Non è raro il volo dell’aquila reale. Qui si può ammirare la natura selvaggia di una delle zone più meno conosciute della Sardegna, dove l’uomo è una presenza rara.
Sino a qualche decennio fa il Flumendosa era per molte famiglie anche una fonte di sostentamento. Lo dimostrano le vecchie immagini dei pescatori barbaricini che prendevano a piene mani trote e anguille. Il bottino di pesce veniva poi venduto nei paesi del circondario.
Ora, tanta vitalità e maestosità il fiume l’ha un po’ persa. Le anguille sono quasi completamente scomparse. All’estinzione sembra avviarsi anche la gustosa trota sarda, sostituita da un pesce meno nobile come la tinca. Un processo che viene contrastato dall’opera di incremento ittico che, a scadenze più o meno ravvicinate, viene eseguita da varie associazioni ed enti naturalistici.
«Ricordo quando da bambino, in compagnia di mio padre, mi recavo al fiume - racconta Mauro Salvatore Secci, un giovane di Gadoni -. Con alcuni massi cercavamo di costruire uno sbarramento artigianale. Dovevamo costringere le anguille a infilarsi in un passaggio obbligato. In fondo all’unico percorso in cui potevano entrare c’era la “nassa”. E’ al suo interno che durante le prime piogge venivano imprigionate le anguille».
La situazione ora è cambiata. «Le anguille sono pochissime - dice Secci - perché le dighe ne impediscono la risalita lungo il fiume. Una perdita immensa, alla quale si dovrebbe porre quanto prima rimedio per consentire una nuova vita al nostro fiume». Eppure qualcuno sta provando ad invertire la rotta per riportare il Flumendosa ai fasti di qualche decennio fa. Gruppi di volontari hanno promosso giornate ecologiche per far conoscere il fiume e per farlo apprezzare anche a chi arriva in Sardegna in vacanza. E’ l’impegno anche di associazioni ambientalistiche, di club sportivi e di cittadini qualsiasi. Le potenzialità di sfruttamento a fini turistici del Flumendosa possono essere meglio utilizzate. Questa è una zona con un reddito basso e con un tasso di disoccupazione alto. Puntare allo sviluppo di un turismo alternativo potrebbe servire a risolvere più di un problema.



1 Comments until now.
la sardegna è rimasto ancora un luogo i cui la natura incotaminata ti parla,
e comunica con la tua anima. è una senzsazione bellissima.
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