Le considerazioni del pedagogista e scrittore Franco Enna tratto da La nuova Sardegna
SASSARI. Chi pensava che il bullismo tra i ragazzi sia un fenomeno tipico della vita metropolitana si dovrà ricredere. «Anzi- dice Franco Enna, scrittore e pedagogista- è proprio nei piccoli centri che, spesso, si manifestano episodi di violenza che vedono ragazzi aggredire e maltrattare loro coetanei. Ma se, come in questo caso, dalla violenza fisica si passa a quella sessuale, scatta un ulteriore campanello d’allarme che le famiglie ma soprattutto la scuola non possono ignorare».

«La situazione nei piccoli centri della Sardegna si è evoluta - continua Enna- Una volta i ragazzi che vivevano nei paesi godevano di una sorta di protezione da parte dell’ambiente, della famiglia e persino dei vicini di casa. Ora non è più così. Ormai anche nelle piccole comunità c’è una sorta di “qualunquismo” e in generale un atteggiamento di disinteresse che accentua e aggrava il disagio giovanile».

Il bullismo, però, non è un fenomeno recente. «Da sempre i ragazzi - sottolinea Franco Enna- hanno cercato di organizzarsi dentro un gruppo o se preferite dentro un “branco”. Un mondo a sè stante nel quale gli adolescenti cercano di sentirsi più sicuri. E fin qui, se si vuole, non c’è nulla di male. I problemi nascono quando si osserva come può evolvere la vita all’interno del branco. In un mondo come il nostro nel quale tutti hanno tutto, la violenza può essere un modo per distinguersi dagli altri. Ma nel bullismo che diventa violenza sessuale intravedo una pericolosa aggravante. Infliggere una punizione sessuale alla vittima o alle vittime del caso, indica un proposito di “marchiare” una azione di violenza. Un gesto non molto diverso dai cani che fanno la pipì sugli avversari».

«C’è un ulteriore significato, poi, - prosegue Enna- sul fatto che lo strumento per umiliare e comunque annullare psicologicamente la vittima è una parte anatomicamente nascosta». Che fare, a questo punto? Quali misure possiamo mettere in campo in una situazione come questa? «La società - dice il pedagogista- non è in grado di controllare questo fenomeno. Gli unici che possono farlo, purtroppo, sono le forze di polizia. Una volta se un ragazzo “debole” veniva aggredito da un coetaneo violento, la vittima poteva contare nell’intervento di un altro coetaneo”eroe”. Ora, invece, di eroi non ce ne sono più. Anzi spesso, i nuovi eroi sono figure negative che diventano leader del gruppo proprio perchè sono i più violenti e quelli più spietati e determinati nell’intimidire e opprimere le vittime di turno».

Difficile capire le dinamiche del nuovo branco. Inutile dare la colpa alla televisione e a quanti diffondono modelli di comportamento che impongono stili di vita nei quali conta apparire, essere famosi, imporsi sugli altri.

«Le famiglie- conclude Franco Enna - oltre ad avere pochi strumenti utili a contenere i comportamenti sociali dei figli sono sempre più deresponsalizzate. A questo punto è la scuola che deve farsi carico del problema molto di più di quanto non abbia fatto finora. Altrimenti dei singoli casi si occuperanno, purtroppo, i carabinieri e la polizia».